Microfinance: perché la finanza sa anche essere etica

Quando pensiamo alla finanza, quasi tutti noi tendiamo a pensare ad un mondo cupo, freddo e spietato. Certo, la crisi economica degli ultimi periodi e film come “Wall Street, il denaro non dorme mai” non hanno aiutato a creare una visione positiva dell’argomento.

Piccoli Gordon Gekko, spietati e che sono disposti a far soldi senza curarsi dei danni che procurano ai piccoli risparmiatori. Ormai è questa l’idea più comune degli operatori finanziari.

Ebbene, non è così.

O almeno, non tutti sono così. Il numero di operatori finanziari che hanno mostrato intenzioni filantropiche, dall’inizio della crisi attuale ad oggi, è in costante aumento. La cosiddetta “microfinanza” è sempre più diffusa e conosciuta.

La Microfinanza altro non è che permettere l’accesso a strumenti o prodotti finanziari a categorie di clienti a cui il sistema bancario classico non permetterebbe mai l’accesso. Normalmente questi potenziali clienti sono “scartati” per due ragioni: o non sono reputati solvibili, o più semplicemente i costi stimati per le operazioni sono considerati superiori ai possibili ricavi.

Microfinanza nel terzo mondo: il microcredito

Il microcredito è lo strumento principe di questa nuova struttura finanziaria: il suo ideatore è stato Muhammad Yunus, un banchiere ed economista bengalese, che tra le altre cose ha fondato anche la Grameen Bank, prima banca al mondo ad effettuare tale tipo di prestiti.

Ad oggi, la Grameen Bank ha erogato più di 5 miliardi di dollari a più di 5 milioni di persone che non avevano le canoniche garanzie per ottenere un prestito tramite i percorsi tradizionali: il microcredito non si basa infatti sulla solvibilità di una persona, ma sulla fiducia.

Per avere qualche garanzia di rimborso dei prestiti erogati, sfrutta i cosiddetti gruppi di solidarietà: in pratica essa non eroga un prestito ad un singolo, ma a tutto un gruppo di individui, responsabili della sua restituzione.

In questo modo, essi si aiutano vicendevolmente nello sviluppo dei vari progetti, e sono inoltre responsabili in solido per il rimborso: hanno quindi tutto l’interesse a far sì che tutti i progetti funzionino, in modo che tutti possano rimborsare la quota prevista.

Il successo dell’iniziativa di Yunus, che è stato presidente della Grameen Bank dal 1983 al 2011, ha portato il diffondersi del suo modello di finanziamento: oggigiorno, il microcredito è usato in 22 paesi in via di sviluppo, e sta guadagnando sempre più terreno anche nei paesi sviluppati: è uno dei più celebri casi di reverse innovation.

Persino l’Unione Europea ha aperto un programma di microcredito per le imprese più piccole o in fase di avviamento: tra i vari programmi rivolti all’Italia si può segnalare quello dedicato alla Sardegna, per lo sviluppo dei servizi per il turismo e l’ICT.

Sempre in Italia, vi è un’azienda che si occupa unicamente di microcredito: è la PerMicro, con sede a Torino.

E tu, cosa ne pensi della microfinanza? E’ davvero un modo più umanitario di fare finanza? Scrivicelo in un commento qui sotto! 

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